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[1982] Famiglia e servizi per l'infanzia

Gruppo di ricerca: Adina Ciorli, Antonio Tosi

Dati di pubblicazione : Milano, Angeli, 1982

Le trasformazioni avvenute in questi anni nel tessuto sociale della Lombardia e la crisi dei modelli d'intervento nel settore dei servizi sociali rendono inadeguate le ipotesi di definizione dei bisogni che hanno retto fin qui la cultura dei servizi. La profondità delle trasformazioni della domanda sociale rende inevitabile il ricupero - in forme nuove e con una nuova consapevolezza del valore e dei limiti di questi strumenti - di una metodologia classica della ricerca sociale: l'indagine diretta sulla popolazione. In questa prospettiva si colloca questa ricerca sui rapporti tra famiglia e servizi sociali centrata sull'uso dei servizi prescolastici e scolastici. Lo studio, che si è avvalso di una limitata disponibilità di dati, ha avuto tre principali riferimenti:

1. la problematica dei servizi a partire dalle ipotesi sottostanti alla metodologia del BSA, tenendo conto del dibattito che in seguito si è sviluppato a proposito di tale metodologia;

2. le ipotesi sulla trasformazione della domanda sociale che si sarebbero verificate in questo decennio, in particolare in Lombardia, in connessione con una serie di trasformazioni osservabili a livello economico-produttivo e a livello socio-culturale;

3. il dibattito teorico-metodologico sui "bisogni" e quello sulla "crisi dello Stato", come fonti di ipotesi sui rapporti tra famiglia e servizi, e come riferimento da cui trarre criteri per un'analisi delle "pratiche sociali".

Le principali ipotesi e criteri di analisi sono rivolti a definire il ruolo dell'intervento pubblico nel settore dei servizi ed il ruolo della famiglia nella produzione e nell'uso degli stessi. Le ipotesi formulate in occasione dell'analisi dell'assistenza ai ragazzi di età inferiore ai 14 anni e di alcuni aspetti dell'uso dei servizi sanitari hanno tuttavia portata più generale e sono applicabili a più ampie analisi di accesso e uso di servizi. Una prima direzione di analisi aveva come obiettivo di identificare i modelli di custodia nelle diverse età del bambino, verificando le relazioni fra modelli di custodia e ricorso ai servizi. L'assunto era che le variazioni dei modelli in funzione dell'età esprimessero le definizioni istituzionali del rapporto fra bisogni del bambino (e della famiglia) e servizi. La centralità della famiglia nell'assicurare l'assistenza ai bambini e ai ragazzi è in gran parte identificabile con la produzione di assistenza da parte della madre. Esiste un modello costante e generalizzato in cui è la madre che accudisce al bambino, mentre totalmente assente risulta la figura paterna. In seconda istanza vi è il ricorso ad altri familiari, presumibilmente i nonni. Possiamo parlare di "povertà " dei modelli: si tratta spesso di modelli di custodia autonoma familiare poveri di contenuti culturali e carichi di contenuti assistenziali, che vengono a decadere con il processo di autonomizzazione fisica del figlio. Tale caratterizzazione dei comportamenti familiari appare coerente con un tradizionale e diffuso modello culturale che prevede una divisione di funzioni tra famiglia e scuola delegando a quest'ultima funzioni di educazione e istruzione; tra i due poli famiglia e servizi scolastici i modelli di custodia si costituiscono come risultati di definizioni culturali dei bisogni e di caratteristiche dell'offerta pubblica di servizi, contrassegnata da notevoli elementi di rigidità. Sembra anche possibile individuare, a partire da una certa età, una propensione verso un modello di custodia misto con ricorso a servizi pubblici e autoproduzione familiare, soluzione che sembra ostacolata dalle rigidità dell'offerta (scarsa disponibilità del servizio, vincoli relativi alla età di ammissione e all'estensione dell'orario). Questa soluzione "integrata" presuppone una ridefinizione del servizio tale da renderlo coerente con i modelli culturali attraverso i quali le famiglie definiscono i bisogni del bambino. L'analisi dell'uso dei servizi prescolastici ha messo in evidenza il ruolo dell'accennata "rigidità " dell'offerta nel determinare i modelli d'uso, confermando l'ipotesi secondo cui le possibilità di adattamento offerte dai servizi sono limitate, e il peso della variabile "offerta" tende a ridurre la variabilità sociale dei comportamenti. Ne emerge una caratterizzazione della domanda cui sarebbe riduttivo rispondere in termini di estensione quantitativa del servizio: rimarrebbero senza risposta la domanda di flessibilità dell'offerta (in termini sia di accesso sia di orario) e le istanze relative ai contenuti. Vi sono infatti sufficienti indicazioni di disagio anche sui contenuti dei servizi, soprattutto prescolastici; valutazioni negative del tipo "educazione non soddisfacente", "custodia non adeguata", "ambiente non adatto" possono indicare una distanza fra le interpretazioni che le famiglie danno dei bisogni dei loro figli e i contenuti dei servizi pubblici. Ad evitare un'interpretazione del problema in termini di razionalizzazione in funzione del mercato del lavoro è necessario sottolineare di nuovo che l'analisi evidenzia una ben più complessa e radicale domanda di trasformazione. Assumere questa domanda significa riconsiderare la problematica dei servizi: è necessario - parallelamente alla rimozione delle principali inadeguatezze che l'analisi ha indicato - uno sforzo progettuale che parta dall'analisi critica del rapporto fra servizi e "bisogni" della popolazione. Dalla ricerca emergono consistenti elementi a favore della tesi, ormai frequente, secondo cui vi sarebbe una forte coerenza fra la logica di produzione di servizi (in particolare quelli educativi) e condizioni di vita e modelli culturali degli "strati medi": al di là della definizione ideologica che attribuisce ai servizi una funzione egalitaria, le rigidità istituzionali, le modalità organizzative e gli stessi contenuti sembrano in realtà "non funzionali" per gli strati più bassi, che finiscono per essere penalizzati dalla non corrispondenza fra i servizi e le proprie condizioni strutturali e culturali. Una seconda direzione di analisi dell'interazione tra produzione autonoma (familiare) e produzione eteronoma dei servizi ha consentito di mettere in luce la centralità della donna nell'espletare funzioni di assistenza sanitaria. Tale centralità è stata analizzata soprattutto negli aspetti di mediazione con le istituzioni sanitarie, non solo però per l'aspetto burocratico di rapporto tra famiglia e servizi sanitari esterni ma anche per un contenuto sostanziale di assistenza sanitaria familiare di prevenzione e primissima diagnosi che costituisce il primo filtro tra ammalato e istituzione sanitaria e, in quanto tale, di segno rilevante per l'esito finale di ogni fatto morboso. (X,SOC/5/1)

Ultimo aggiornamento: 15 settembre 1999
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